Home ABSTRACT Celiachia e svezzamento: il momento dell’introduzione del glutine nella dieta non influenza l’intolleranza. Il parere dell’esperto
Celiachia e svezzamento: il momento dell’introduzione del glutine nella dieta non influenza l’intolleranza. Il parere dell’esperto

Celiachia e svezzamento: il momento dell’introduzione del glutine nella dieta non influenza l’intolleranza. Il parere dell’esperto

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Quando introdurre il primo biscotto o la prima pastina nella dieta di un lattante?La proposta di alimenti contenenti glutine durante lo svezzamento è sempre un momento delicato, specialmente per i bambini ad alto rischio di celiachia. C’è il timore che, sbagliando la tempistica, si possa favorire la comparsa dell’intolleranza. La raccomandazione è di far assaggiare il glutine tra i 4 e i 6 mesi di vita. Alcune osservazioni avevano fatto pensare che questo intervallo temporale costituisse una finestra di opportunità per ridurre il rischio di celiachia. Le cose non sembrano affatto così, almeno secondo le conclusioni di due studi clinici, uno europeo e uno italiano, pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine.

I risultati degli studi dicono che non ci sono finestre di opportunità: che sia proposto presto oppure tardi, dopo i 12 mesi. Il momento in cui si introduce il glutine durante lo svezzamento di bambini ad alto rischio non fa differenza nello sviluppo di celiachia durante l’infanzia, anche se l’assunzione tardiva sembra almeno rallentare la comparsa dei sintomi. La durata dell’allattamento materno, e il suo mantenimento o meno durante lo svezzamento, non incidono sull’insorgenza della malattia, il cui unico fattore di rischio sicuro rimane il profilo genetico in corrispondenza di una particolare regione di DNA chiamata HLA. Possono dunque tirare un sospiro di sollievo i genitori affetti da celiachia, preoccupati che le loro scelte durante lo svezzamento possano compromettere la salute del bambino: è la genetica, più delle scelte, ad avere un ruolo in questo senso.

Lo studio clinico europeo PreventCD, coordinato da Luisa Mearin dell’Università di Leida, ha preso in considerazione 944 lattanti ad alto rischio celiachia, sia perché avevano un parente di primo grado con la malattia, sia per il loro profilo genetico. In corrispondenza della regione HLA, infatti, i bambini presentavano almeno una delle varianti associate alla malattia (DQ2 e DQ8): varianti che conferiscono una probabilità più elevata del normale di sviluppare l’intolleranza, anche se da sole non bastano a determinarla. I piccoli sono stati suddivisi in due gruppi: tra i 4 e i 6 mesi di vita, alcuni hanno ricevuto 100 mg al giorno di glutine (una quantità inferiore a quella introdotta di solito con lo svezzamento, ma considerata attiva dal punto di vista immunologico), mentre altri hanno ricevuto un placebo.

 

Quando hanno raggiunto i 3 anni di età, i ricercatori sono andati a vedere quanti avevano sviluppato celiachia, verificando che non c’erano differenze significative tra i due gruppi: 5,9% di diagnosi tra i bambini che avevano ricevuto il glutine e 4,7% tra gli altri. Non solo: Mearin e colleghi hanno anche verificato che cosa succede mantenendo o meno l’allattamento al seno durante l’introduzione del glutine. Molti medici, infatti, suggeriscono di non interrompere l’allattamento quando comincia lo svezzamento proprio per ridurre il rischio di celiachia. Anche in questo caso, però, nessuna conferma: per quanto importante per molti altri aspetti, il latte di mamma non sembra proteggere dall’intolleranza.

Risultati analoghi vengono dallo studio italiano Celiprev, sostenuto dalla Fondazione celiachia e coordinato da Carlo Catassi, del Dipartimento di pediatria dell’Università politecnica delle Marche. Anche in questo caso i partecipanti, 553 in tutto, sono stati suddivisi in due gruppi: metà ha seguito un normale svezzamento a 6 mesi, mentre l’altra metà ha assaggiato il glutine solo a 12 mesi. Di nuovo, si trattava di bambini a rischio per la presenza di un parente di primo grado con celiachia e alcuni avevano anche le varianti genetiche “incriminate”, DQ2 o DQ8. Questa volta, i ricercatori hanno verificato la presenza di celiachia a 2, 5 e 10 anni, scoprendo alcuni fatti interessanti. A due anni, l’intolleranza era più frequente nei bambini in cui il glutine era stato introdotto prima (12% dei piccoli, contro il 5% di quelli che avevano cominciato a mangiarlo solo a 12 mesi). A cinque anni, l’incidenza si era livellata (16% dei bambini in entrambi i gruppi). Infine a 10 anni l’intolleranza era più frequente per i piccoli con il profilo genetico ad alto rischio (26%, contro il 16% dei bambini che non avevano le varianti di predisposizione). «Significa che la predisposizione genetica rappresenta il fattore di rischio principale per la malattia, mentre il momento di introduzione del glutine non ha conseguenze a lungo termine» spiega Catassi. In altre parole: se uno deve sviluppare la celiachia, lo fa indipendentemente dal fatto che abbia assaggiato il glutine presto o tardi. C’è però un effetto parzialmente protettivo dell’introduzione tardiva, dopo l’anno di età, che sembra rallentare la comparsa dei sintomi. E questo naturalmente è un bene, perché evita che la celiachia interferisca con i processi di sviluppo dei piccoli.

Per concludere, allora, che cosa dovrebbero fare i genitori alle prese con lo svezzamento del bambino? «Se non ci sono rischi particolari, consigliamo di introdurre il glutine secondo le classiche tradizioni alimentari, cioè in genere intorno ai sei mesi, senza troppe ansie» consiglia Catassi. Nei bambini ad alto rischio, invece, potrebbe avere senso uno svezzamento tardivo. «Per il momento, però, è ancora presto per una raccomandazione ufficiale: servono altre conferme» precisa l’esperto. E in ogni caso, lo ripetiamo, la misura servirebbe solo per i bambini nei quali è effettivamente confermato il rischio elevato, sulla base di un’analisi genetica dei geni della regione HLA. «Potrebbe essere utile uno screening di rischio, che si baserebbe su un semplice prelievo di sangue e che potrebbe essere aggiunto a quelli che già vengono svolti nei neonati, a pochi giorni di vita» sottolinea Catassi. «Naturalmente non per tutti, ma solo per quei bambini che hanno già un rischio familiare».

Il fatto alimentare 31/10/2014

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