Home ABSTRACT Intolleranza al lattosio, un problema da comprendere.
Intolleranza al lattosio, un problema da comprendere.

Intolleranza al lattosio, un problema da comprendere.

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In teoria una persona su due nel nord Italia potrebbe essere intollerante al lattosio. La percentuale scende nel centro, e sale di molto nel meridione. Tuttavia, a fronte di un quadro biochimico preciso, è di gran lunga inferiore, la popolazione delle persone che manifestano i sintomi classici del problema, come meteorismo, dolori addominali e diarrea. Importante è però riconoscere quei quadri che possono intervenire nell’adulto. Pur se questa forma di intolleranza si sviluppa soprattutto nei bambini dopo i due-tre anni di vita, non tutti i quadri hanno una chiara impronta genetica e i sintomi possono comparire dopo che si è ricominciato a bere latte dopo molto tempo o ancora possono essere temporanei, legati magari ad una prolungata terapia antibiotica che ha alterato la flora intestinale o magari per una gastroenterite. L¹intolleranza al lattosio può infatti essere primitiva, cioè conseguente a un deficit congenito di produzione di lattasi, o secondaria correlata a malattie intestinali frequentemente post-infettiva, che in genere regredisce in tre o quattro mesi. In ogni caso, secondo Giuseppe Samir Sukkar, responsabile della Dietologia dell¹Ospedale San Martino di Genova “il quadro che provoca può essere molto diverso da persona a persona, e dipende molto da altre variabili, come ad esempio la quantità di lattosio che si ingerisce (è ben diverso bere un bicchiere di latte dal consumarne diverse tazze al giorno), dall’età (i bambini hanno in genere un quantitativo maggiore di enzima preposto a scindere e rendere disponibile questo zucchero del latte, poi nell’adulto la produzione dell’enzima stesso è legata solamente allo stimolo indotto dall’ingestione di lattosio) e dalla velocità di svuotamento del tubo digerente. Incide molto inoltre anche la composizione della flora batterica intestinale, quello che gli esperti chiamano microbiota: ci sono alcuni batteri “buoni”, come ad esempio i lattobacilli, che possono utilizzare il lattosio”.

Il Secolo XIX del 6 gennaio, pagina 13

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