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LA SINDROME METABOLICA

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NEW PARMA – set/ott 2010

Quasi 7 milioni e mezzo di italiani soffrono di obesità centrale o addominale. La cosiddetta pancetta colpisce il 20 % della nostra popolazione. Il problema non è solo estetico perché il grasso localizzato a livello addominale è il maggiore indicatore di rischio di essere affetti dalla sindrome metabolica. Con questo termine si definisce una serie di problemi che hanno come fattore scatenante una scarsa efficacia dell’insulina che prende il nome di insulino-resistenza. Il fatto è che la sindrome metabolica  è prodromo di malattie conclamate e gravi quali ipertensione, infarto, ictus, diabete tipo II, tumori, ecc… La sindrome metabolica sta diventando una vera epidemia soprattutto nelle persone anziane con circa la metà della popolazione sopra i 60 anni che ne è affetta ed è però in aumento anche nella popolazione giovanile. La diagnosi di sindrome metabolica viene posta  seguendo i criteri riportati qui di seguito.

1)    Secondo le  LINEE GUIDA AMERICANE:

Un individuo è affetto da sindrome metabolica se ha almeno 3 dei seguenti fattori di rischio:

  • Circonferenza vita:  >102 cm negli uomini; >88 cm nelle donne
  • Trigliceridi:  >150 mg/dl
  • Colesterolo HDL:  < 50 mg/dl negli uomini; <40 mg/dl nelle donne
  • Pressione arteriosa:  >130/85 mm/Hg
  • Glicemia a digiuno:  >110 mg/dl

(Grundy et al. Circulation,18 ottobre,2005)

2)    Secondo l’INTERNATIONAL DIABETES FEDERATION:

Un individuo è affetto da sindrome metabolica se ha OBESITA’ ADDOMINALE + 2 FATTORI DI RISCHIO. Bisogna evidenziare che l’International Diabetes Federation ha diminuito la circonferenza del punto vita, quindi si è affetti da obesità addominale quando si superano i 94 cm negli uomini e gli 80 cm nelle donne.

Inoltre ha abbassato anche il livello della glicemia a digiuno, infatti in questo caso se la glicemia a digiuno supera i 100 mg/dl è da considerarsi già un fattore di rischio.

I fattori di rischio quali la pressione arteriosa, colesterolo HDL e trigliceridi rimangono uguali alle linee guida americane.

(International Diabetes Federation 2005, Ecket. Lancet; 356:1415,2005)

Presumo che a questo punto molti di voi abbiano interrotto la lettura dell’articolo e siano corsi a prendere un metro per misurare il girovita ed alcuni avranno tirato un sospiro di sollievo altri invece si saranno preoccupati.

Aspettate  un attimo perché prima volevo spendere due parole sulla parziale inadeguatezza della misura della circonferenza vita per determinare l’obesità addominale. Per esempio è abbastanza evidente che la misurazione avrà un valore differente se effettuata su un soggetto alto 1.90 oppure 1.65. Cioè una misurazione sopra i 94 cm potrebbe non indicare obesità addominale in una persona alta 1.90 e viceversa una misura sotto 94 cm potrebbe corrispondere comunque ad una obesità addominale in una persona di 1.65 cm. Sarebbe quindi senz’altro meglio utilizzare l’IMC (indice di massa corporea) che correla il peso all’altezza (IMC = peso/altezza2 ). Un IMC maggiore di 25 è indice di forte soprappeso che a questo punto va associato al rapporto V/F (vita/fianchi) che è indice di obesità  addominale qualora sia superiore a 0.9 nei maschi  è a 0,85 nella donne (p.es. un rapporto 0,95 corrisponde ad avere una circonferenza vita di 95 ed una circonferenza fianchi di 100).

Il rapporto V/F diventa importante  perché indica uno specifico accumulo di grasso a livello centrale rispetto alla parte inferiore del corpo ed inoltre evita di prendere in considerazione quei  ICM superiori a 25 e  ai giro vita superiori a 94 dovuti ad un ICM elevato a causa di notevole massa muscolare in associazione a notevole sviluppo di muscolatura addominale e lombare. Un atleta può avere un IMC superiore a 25  ed un giro vita superiore di 95 ma mai un rapporto V/F  superiore a 0.9 se non è francamente grasso.

Il grasso in effetti  rappresenta un problema; il tessuto adiposo non è un semplice deposito di grasso ma è praticamente un organo endocrino che produce ormoni (soprattutto estrogeni) e citochine infiammatorie che peggiorano  la resistenza insulinica. Il legame tra insulino-resistenza  e la malattia cardiovascolare probabilmente è rappresentato dallo stress ossidativo in grado di promuovere il danno vascolare. In tal senso sarebbe da considerare anche la genesi dell’ipertensione arteriosa nei soggetti con sindrome metabolica. L’iperinsulinemia secondaria ad insulino-resistenza determinerebbe sia stimolazione del sistema nervoso simpatico con conseguente vasocostrizione, sia ritenzione del sodio, responsabile dell’aumento dei valori pressori. Non essendo normalmente riconosciuto il ruolo dell’insulina nell’insorgenza  dell’ipertensione, questa viene trattata con diuretici  e con beta-bloccanti. E’ stato visto però che i primi aumentano il rischio di sviluppare il diabete di 4,6 volte, mentre i secondi di 6,1 volte. Coloro che assumono entrambi i farmaci hanno un rischio 11,5 volte maggiore.

Appare chiaro che se l’ipertensione è causata dalla resistenza insulinica in primis è opportuno curare quest’ultima. E qual’ è la genesi della resistenza insulinica: un consumo eccessivo di zuccheri e carboidrati raffinati eventualmente associato anche ad un eccesso di grassi saturi e sale. Ecco quindi che la dieta intesa come corretta alimentazione diventa il presidio fondamentale per la cura della sindrome metabolica. Ma questo sarà argomento dell’articolo sul prossimo numero.

 

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