Home ABSTRACT Longevità di famiglia protegge la lucidità della mente
Longevità di famiglia protegge la lucidità della mente

Longevità di famiglia protegge la lucidità della mente

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Jama Neurology 2013;70(3):1-8 Dn 8 maggio

Nelle famiglie caratterizzate da un’eccezionale longevità sembra esserci un deterioramento cognitivo rallentato rispetto a chi vive una vita di normale durata. Parola di Stephanie Cosentino, neuropsicologa alla Columbia university di New York, che assieme ai colleghi ha esaminato i legami esistenti tra le famiglie longeve e il deterioramento cognitivo che porta alla malattia di Alzheimer. «Una longevità eccezionale può essere definita in vari modi, tra cui sopravvivere fino a una data età, oppure sopravvivere senza malattie o senza disabilità oppure anche invecchiare senza disturbi cognitivi» spiega la ricercatrice, che continua: «Diversi studi svolti su persone di lunga vita hanno trovato aggregazioni familiari per quanto riguarda la sopravvivenza alle età estreme. Tuttavia, la misura in cui tale longevità familiare è caratterizzato da una sopravvivenza cognitivamente intatta non è ancora stabilita». Un esempio è il “Long life family study” (Llfs), uno studio di coorte concepito per esaminare i fattori, genetici e non, associati a una eccezionale longevità familiare. «Ebbene, i discendenti dalle prime famiglie partecipanti a Llfs hanno una minore incidenza di diabete mellito, malattie polmonari e più alti punteggi ai test cognitivi dei loro coetanei discendenti da famiglie meno longeve» sottolinea Cosentino. Lo studio della Columbia, pubblicato su Jama neurology, ha incluso un totale di 1.870 individui, reclutati da due generazioni di partecipanti al “Long life family study”, nei quali è stata misurata la prevalenza di deficit cognitivo coerente con la malattia di Alzheimer. E i risultati dimostrano una riduzione del rischio di deficit cognitivo nell’arco di tre generazioni. In altre parole, rispetto ai coetanei meno longevi il rischio di Alzheimer era simile nella famiglie di prima generazione, per ridursi progressivamente nei figli e nei nipoti. «Nel complesso, questi dati sembrano coerenti con un inizio ritardato della malattia nelle famiglie di lunga durata, ma i risultati vanno confermati da ulteriori studi» conclude Cosentino.

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