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Obesità, così il cervello dei bimbi amplifica la reazione ai dolci

Obesità, così il cervello dei bimbi amplifica la reazione ai dolci

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Non c’è amore più sincero di quello per il cibo, diceva lo scrittore Bernard Show. E che l’intensità di questo sentimento, così profondamente radicato nel nostro cervello, abbia una grande variabilità individuale, gli scienziati lo sospettano da tempo. Ancora però non è chiaro che cosa contraddistingua le funzioni neurali di coloro che non sanno resistere alla vista di una fetta di panettone.
Saperlo potrebbe aprire nuove strade al trattamento dell’obesità, piaga delle nostre società occidentali che coinvolge sempre di più anche i più piccoli. Per questo, un gruppo di scienziati dell’Università di California a San Diego si è concentrato proprio sui bambini e ha visto che quelli obesi hanno delle reazioni amplificate ai cibi zuccherini rispetto ai coetanei senza problemi di peso.

Lo studio, apparso sull’International Journal of Obesity, ha osservato le attivazioni neurali di 23 bambini (10 obesi e 13 normopeso), dagli 8 ai 12 anni, intenti ad assaggiare ad occhi chiusi una soluzione zuccherina. La risonanza magnetica funzionale ha documentato negli obesi una maggior reattività in strutture sottocorticali come l’amigdala e l’insula. Nessuna attivazione è stata invece misurata in una terza area del circuito della ricompensa, come lo striato, che numerosi studi hanno dimostrato essere collegata negli adulti all’obesità. Lo striato, osservano i ricercatori, è comunque un’area ancora non completamente sviluppata nei bambini. «Il fatto di essere riusciti a individuare queste differenze cerebrali in bambini così giovani è l’aspetto più notevole e clinicamente significativo dello studio» ha detto la prima autrice Kerri Boutelle del Dipartimento di Psichiatria e fondatrice del Center for Health Eating and Activity Research (CHEAR).
«Come dicono gli autori, apparentemente manca in letteratura uno studio con i bambini. Vedere cosa succede nei giovani può forse aiutare ad anticipare quello che poi potrà accadere negli adulti» commenta la professoressa Raffaella Rumiati Direttrice del Laboratorio Neuroscienze e Società della SISSA di Trieste, non coinvolta nello studio. «Il fatto che non abbiano trovato il coinvolgimento dello striato è un dato interessante ma come sempre è difficile interpretare un risultato negativo».

Lo studio suggerisce dunque che molti bambini oggi – gli obesi – ricavano un maggior piacere dal cibo rispetto agli altri. Tuttavia, «non sappiamo se venga prima il fatto di essere obesi o il fatto che alcune strutture cerebrali hanno un’attività anomala, cioè non conosciamo la direzione del rapporto di causalità» spiega la neuroscienziata Rumiati.
Le neuroscienze insegnano che nasciamo già con una chiara predisposizione a preferire i cibi dolci. Lo sforzo ora è rivolto all’individuazione di meccanismi precoci, in età pre-adolescenziale e infantile, alla base di quell’aumentato senso di gratificazione, provato da certi bambini e non da altri, che li spinge a ricercare maggiormente il cibo e alimentarsi di più. Se la sovralimentazione fosse legata a differenze individuali nei substrati neurali, infatti, questi studi sarebbero un primo passo verso la creazione di futuri interventi personalizzati di prevenzione da mettere in atto precocemente, dal momento che la condizione di obesità infantile si manterrà nell’80% dei casi anche in età adulta.

La Stampa 17/12/2014

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